Alimentazione Controllata: una linea sottile tra il sano e il patologico

La Dott.ssa Giorgia Abate parla di come il controllo del cibo possa trasformarsi da una sana e corretta dieta alimentare a un patologico accanimento su se stessi. Tempo medio di lettura: circa 6 minuti.

Fin dalla nascita siamo corpo. Siamo cellule, siamo organi. Perfino la mente è corpo, cervello, insieme di sinapsi.

Siamo un corpo che cambia in modo repentino, con trasformazioni quotidiane e con altre che hanno bisogno di un po’ più tempo. Siamo un corpo che si ammala, che si indebolisce, che cresce, che invecchia. Siamo un corpo che ci permette di entrare in contatto con la realtà, di conoscerla, di percepirla, fino a far sì che la mente si formi e si sviluppi.

Mente e corpo, infatti, sono due entità distinte, ma profondamente connesse tra loro. La mente nasce dal corpo e con esso si sviluppa, ma un corpo non pensato non è un corpo. Esiste una differenza tra essere corpo e avere un corpo.

Essere corpo è connesso al concetto di identità. Io sono corpo, mi identifico con esso, lo accetto, lo amo, lo rispetto. Ben diverso, invece, è avere un corpo. Questo implica una concezione di corpo come oggetto distinto e, quindi, potenzialmente contrapposto al soggetto. Ho questo corpo, lo posso modificare a mio piacimento, lo posso rassodare, lo posso scolpire, in quanto oggetto da abbellire.

Tale distinzione, tuttavia, non appare sempre così netta. C’è una linea sottile tra il mangiar sano e il mangiar poco, tra il voler stare in forma e il voler essere magro, tra il benessere fisico e il voler fare del proprio corpo una scultura da mostrare.

Guardare continuamente le calorie dei cibi, misurare il cucchiaino d’olio da mettere nell’insalata, avere il bisogno impellente di smaltire ciò che si è appena ingerito, assumere proteine in polvere per far aumentare i muscoli, significa prendersi cura di sé o adottare condotte patologiche?

Risultati immagini per cibo cuoreIl DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali; quinta edizione) definisce disturbo della nutrizione e dell’alimentazione un insieme di disturbi caratterizzati da comportamenti inerenti l’alimentazione, che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo e che compromettono la salute fisica o il funzionamento psicosociale. Tra questi vi è: il disturbo da ruminazione, il disturbo evitante\restrittivo dell’assunzione di cibo, l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo di binge-eating. L’obesità (eccesso di grasso corporeo) non è considerata dal DSM-5 un disturbo mentale, in quanto essa è il risultato di un introito di calorie continuato nel tempo ed eccessivo rispetto al consumo individuale.

Uno dei disturbi dell’alimentazione più comuni, tra quelli sopra citati, è l’anoressia nervosa. Vi sono tre caratteristiche essenziali di questo disturbo: persistente restrizione nell’assunzione di calorie; intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi; una significativa alterazione della percezione di relativa al peso e alla forma del corpo. Alcuni individui si sentono globalmente in sovrappeso, altri ammettono di essere magri, ma sono ancora convinti che alcune parti del corpo, in particolare l’addome, i glutei e le cosce, siano “troppo grasse”. Questa alterata percezione di sé può comportare l’adozione di tecniche più disparate per valutare dimensioni e peso corporei, quali pesarsi di continuo, misurare ossessivamente parti del corpo, l’uso persistente dello specchio per controllare le “zone x”. I livelli d’autostima, in questi casi, sono altamente influenzati dalla percezione (non dalla realtà) della forma e del peso del proprio corpo. È importante sottolineare l’aspetto psicologico che risiede dietro al disturbo alimentare.

Risultati immagini per anoressia nervosaUn soggetto con anoressia nervosa, infatti, non è solo colui\colei che mangia poco, o fa attenzione alle calorie in eccesso. L’anoressia è un profondo stato di malessere, in cui il rapporto con il cibo rappresenta la conseguenza di un’esperienza di rifiuto vissuta. Sarebbe superficiale limitarsi a curare l’alimentazione, in quanto è necessario e opportuno valutare il significato e la funzione del sintomo (sottopeso, condotte d’eliminazione, ecc.), che, in realtà, rappresenta una strategia attiva, un modo non passivo di rifiutare il rifiuto. Il disturbo alimentare può essere considerato come un’autoregolazione drastica, causata da una cronica disregolazione dell’interazione con gli altri. Il vuoto sperimentato a livello relazionale è stato “ingoiato” dal paziente anoressico, che si è difeso, in tal modo, da una sofferenza estrema, trovando nel disturbo alimentare un’organizzazione apparente di personalità. Esistere solo nella negazione di un bisogno. “Se riesco a controllare la fame, posso controllare tutto, mi sento forte e questo mi dà un senso di continuità”, questo è ciò che caratterizza il pensiero di chi soffre di anoressia. La patologia alimentare rappresenta, così, un tentativo, seppur malato, di riequilibrare e riparare il diffuso sentimento di incapacità e di mancanza di identità.  In questi casi, il conflitto con il proprio corpo va ben al di là delle sole difficoltà legate all’immagine estetica o sessuale. Esso riguarda l’esperienza stessa del corpo, di essere un corpo.

Tuttavia, il confine tra normalità e patologia è labile. Gli psicologici clinici ritengono che non esistono due poli definiti, ma piuttosto un continuum normale-patologico, lungo il quale l’individuo si pone. Lo stato dell’individuo oscilla a seconda degli eventi, dello stato mentale, delle relazioni, del contesto ambientale, implicando un minore o maggiore benessere. In virtù di tale continuità, si rende necessaria la possibilità di identificare pattern comportamentali indicatori di un percorso disadattivo, prima ancora che emerga un disturbo psichico.

“Abitare il corpo è un brutto affare, che dura una vita intera”, afferma Proust.

Pertanto, l’interesse è rivolto non solo alle persone che presentano una patologia conclamata, ma anche agli individui a rischio per lo sviluppo di sintomi psicopatologici. È importante comprendere come alcuni comportamenti possano risultare fattori di rischio da considerare rilevanti, oppure semplici abitudini alimentari di uno stile di vita sano.

 

Riferimenti Bibliografici:

  • American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-V. Milano: Raffaello Cortina.
  • Ciocca, A., Marinelli, S., & Dazzi, F. (2013). Anoressie: patologie del sé corporeo. Milano: Franco Angeli.

 

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