“Apparet ergo Sum”… “Appaio dunque Sono”

Il Dott. Giuseppe Vito Mansueto ci parla di un argomento quanto mai attuale: il mondo dei Social, con un particolare focus su instagram visto come strumento che ha viziato il concetto di “esserci vale più che essere”. Tempo medio di lettura: circa 7 minuti

Kevin Systeom, un mio coetaneo poco più che trentenne, per molti di voi suonerà sconosciuto nonostante sia a capo di una delle più celebri startup, di cui avrete sicuramente sentito parlare o che molto probabilmente avrete utilizzato. Startup questa, che una volta sperimentata, trascina l’utente nella spirale del suo spasmodico utilizzo rendendolo immediatamente un vero e proprio instagrammer.

Sono certo che molti di voi abbiano già capito di cosa stia parlando. Mi riferisco, naturalmente, al popolarissimo Social “Instagram”, che da qualche anno è stato acquistato per svariate centinaia di milioni di dollari da Mister Facebook, Mark Zuckerberg, di cui il sig. Systrom è tuttora amministratore delegato.

Vi starete sicuramente domandando il motivo per cui ho deciso di dedicare uno spazio alla discussione di un’applicazione che non ha bisogno né di presentazioni né tantomeno di pubblicità. La risposta è la curiosità innescata dalla stessa, dopo aver iniziato ad utilizzarla da alcuni mesi, in cui sono stato vicendevolmente spettatore follower (seguace di qualcuno) e protagonista (seguito da qualcuno). Ho effettuato questa distinzione perché proprio questo elemento ha suscitato in me particolare interesse.

Risultati immagini per instagram followersOsservando i vari profili degli utenti, dai più comuni ai più popolari, mi sono accorto di quanto il numero tra follower e seguiti fosse, nella maggioranza dei casi, sproporzionato, propendendo verso il primo (follower). Dunque, un alto numero di follower presuppone ci si faccia maggiormente protagonisti, mentre un basso numero di persone seguite fa pensare a disinteresse nel rendere l’altro tale. La sfida implicita di Instagram diverrebbe, dunque, quella di avere un alto numero di follower senza però la necessità di seguire un altrettanto alto numero di persone.

Questo punto ci fa ben comprendere quanto in questo social si dia valore e importanza a se stessi e quanto gli altri vengano, invece, sintetizzati in semplici numeri di cui necessitiamo, allo scopo di incrementare i nostri seguaci ed avere sempre maggiore visibilità. Ebbene, la visibilità in questi ultimi anni rappresenta qualcosa di imprescindibile a cui viene dato un valore spropositato o, meglio, prioritario. Al giorno d’oggi “esserci” vale più che “essere”, scriveva il grande sociologo Zygmunt Bauman. Come afferma anche il guru del marketing Seth Godin, gli strumenti della comunicazione hanno tre finalità: visibilità, fiducia e azione. La fiducia molto spesso nasce proprio dalla visibilità e dalla notorietà, per cui tendiamo a fidarci maggiormente di un profilo social più seguito o di un personaggio che calpesta maggiormente il palcoscenico mediatico.

Attraverso un social, quale Instagram, è come se ci si mettesse sul mercato e quel che interessa sono il numero degli acquirenti: vogliamo, infatti, che in molti ci apprezzino per sentire meno quel senso di solitudine che ci attanaglia, senza pensare che il numero dei follower è puramente un numero virtuale che nulla ha a che fare con le relazioni interpersonali reali e concrete e che potrebbe collassare con tanti facili click su “non seguire più”. Contrariamente, invece, si tende a non seguire facilmente gli altri o, se lo si fa, è solo per ricevere apprezzamenti (cuori sotto le foto) oppure per essere a propria volta seguiti (spesso, infatti, capita che si segua qualcuno semplicemente per reciprocità, per essere ricambiati, ed una volta certi di questo, non lo si segue più; pare che questo meccanismo sia molto in voga nel mondo Instagram). Dunque, la gran parte delle azioni attivate in tale social sembra essere finalizzato ad un tornaconto personale, infatti ci sono particolari tag seguitissimi come “likeforlike, likeforfollower, followback”, che gli utenti utilizzano per potersi fare seguire e poter ricevere like per poi ricambiare con altri utenti, al fine di avere la tanto bramata visibilità.

Osservando il funzionamento di social quali Facebook, Instagram, mi rendo conto, dunque, di quanto il singolo individuo non riesca a fare a meno della presenza dell’altro. E fin qui tutto appare scontato, in quanto l’uomo è fondamentalmente un essere sociale e non può fare a meno di relazionarsi all’altro. Il pensiero dell’altro è costantemente presente nella psiche di ciascuno tant’è che la psicologia individuale non può essere totalmente scissa da quella sociale, come scriveva Freud.

Quello che passa, attraverso l’osservazione di tali social (situazione virtuale) e parallelamente delle situazioni (concrete) relazionali, è che se non condividiamo quello che pensiamo o facciamo, se questo non giunge all’altro, ci sentiamo, in un certo qual modo, svuotati di senso e significato.

Risultati immagini per selfieIl famoso sociologo Bauman scherzosamente in un suo dibattito citò il detto di Cartesio “cogito ergo sum” che tradotto sarebbe “penso dunque sono” sostenendo che se Cartesio fosse vissuto in questi tempi, avrebbe affermato qualcosa di assolutamente differente “mi rendo visibile dunque esisto”. Oggi sembra che ciascuno senta di esistere solo attraverso la considerazione altrui, solo se riesce a rendersi visibile: i social sono lo spazio più idoneo per potersi sentire protagonisti, ciascuno con il proprio profilo personale, ciascuno racchiuso in quella cornice virtuale pari ad uno schermo di una tv, dove poter esprimere, di sé, solo la parte che può essere apprezzata. Vi è, quindi, la tendenza a mostrare la parte migliore di noi, di cui spesso siamo compiacenti. Dall’altra parte, tendiamo ad evitare tutto quello che non rassomiglia ad un nostro ideale dell’Io e con il quale potremmo colludere.

In sostanza, siamo alla continua ricerca di approvazioni. L’idea dell’altro, in questo caso, si ferma ad un livello puramente superficiale, dove l’unico ruolo che questi sembra possedere è quello di mero spettatore della nostra vita, dal quale aspettarsi considerazioni (commenti) e apprezzamenti (like).

Siamo una società in cui l’altro perde sempre più il suo profondo significato poiché l’Io, prepotentemente, prende il sopravvento e invade la nostra misera esistenza, senza considerare che nel non riconoscere l’altro, perdiamo inevitabilmente una parte importante di noi stessi, che attiene alla nostra natura di esseri sociali.

Forse è vero, siamo proprio una specie in via d’ostentazione (cit.).

 

 

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