Il bisogno di sentirsi Riconosciuti, la paura di non Riuscirci

La Dott.ssa Giorgia Abate ci parla delle relazioni tra le persone: difficoltà, credenze, sociologia e psicologia con un interessante integrazione di citazioni, teorie e concetti che consentono di esplorare il concetto di Fobia Sociale. Tempo medio di lettura: circa 6 minuti.

La motivazione primaria di ogni essere umano è quella di adattarsi al meglio alla realtà in cui si trova, continuamente guidato dalla ricerca di un senso di sicurezza.

Tale ricerca è, sin dal principio, condizionata dalla presenza dell’altro, da qualcuno diverso da sé. Diversi studi, infatti, hanno dimostrato come, già dalla nascita, il bambino abbia bisogno dell’altro non in quanto fornitore di cibo e cure fisiche, ma in quanto figura in grado di proteggerlo, incoraggiarlo e amarlo. La relazione con le prime figure d’attaccamento diventa fondamentale per la creazione di rappresentazioni mentali che il bambino, e poi l’adulto, utilizza per prevedere gli eventi, mettersi in relazione con gli altri e avere una stabilità, un senso di sicurezza.

Aristotele, già nel IV sec. a.C., definiva l’uomo come animale sociale, facendo riferimento al bisogno, intrinseco ad ogni essere umano, della presenza dell’altro. Nessun uomo è un’isola, ma qualsiasi persona necessita di qualcuno che, simile a lui, ma al contempo diverso, lo riconosca e lo comprenda.

Ma se l’altro è così importante, come mai a volte ci fa paura?

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, direbbe lo zio Ben nel film Spider Man 2. Il bisogno di sentirsi approvati, desiderati, stimati e amati dall’altro è così importante per noi che il pensiero di non riuscire ad averlo, a volte, ci terrorizza. L’altro ha il potere di farci sentire realizzati e amati, ma al contempo anche giudicati e non capiti. È responsabile della nostra autostima, così come della nostra mancanza di fiducia in noi stessi.

Nel libro “Fidarsi dei pazienti”, Francesco Gazzillo (2016) riporta il discorso di un suo paziente, il quale afferma: “Ognuno di noi si comporta a seconda di come pensa di essere. Io pensavo di essere un incapace, come diceva mia madre, e quindi mi comportavo di conseguenza, e questo confermava sempre di più quell’idea di me. Con lei ho imparato a vedermi in modo diverso, perché ho sentito che lei per primo mi vedeva in modo diverso, e così ho iniziato a comportarmi diversamente. E questo ha modificato ulteriormente il mio modo di vedermi.”

Sembra, così, che esista un circolo vizioso in cui, qualcuno di importante per noi ci offre un’immagine di noi stessi, un’immagine che noi facciamo nostra e che influenza il nostro modo di comportarci, che, alla fine, conferma il pensiero dell’altro su di noi.

Risultati immagini per fobia socialeSe, ad esempio, il soggetto crede di non valere nulla o di essere inferiore agli altri (credenza formatisi nel corso della relazione con l’altro) agirà di conseguenza, manifestando sintomi d’ansia che, a loro volta, diverranno causa di rifiuto, umiliazione e vergogna. Questi ultimi confermeranno la sua iniziale credenza: “non valgo niente”. In sociologia tale circolarità viene definita profezia che si autoavvera, cioè una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa.

Ma perché è difficile modificare quest’immagine di noi stessi? Perché ogni nostro comportamento non fa altro che confermarla?

La motivazione può essere data da un principio di economia cognitiva, dal valore principalmente adattivo, che regola la nostra mente. La relazione con gli altri ci porta a creare degli schemi che tendono ad auto-alimentarsi, in quanto la nostra mente è naturalmente predisposta a selezionare inconsciamente i dati che li confermano e trascurare o distorcere quelli che li disconfermano (bias di conferma). E’ infatti più utile avere una visione stabile della realtà, per quanto imperfetta, che una visione più precisa ma continuamente mutevole (Gazzillo, 2016).

Dal punto di vista diagnostico, col termine fobia sociale, letteralmente paura dell’altro, il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) descrive una paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. Il soggetto riconosce che la sua paura è eccessiva e irragionevole, tuttavia non riesce a superarla. La voce inizia a tremare, le mani sudano, la testa è rivolta verso il basso, così da evitare qualsiasi sguardo giudicante. La paura e l’ansia di non piacere lo bloccano.

Le fobie sociali più gravi sono in genere associate a una scarsa stima di sé e alla paura di essere criticati. Le persone che soffrono di fobia sociale temono di apparire ansiose e di mostrarne i “segni”, cioè temono di diventare rosse in volto, di tremare, di balbettare, di sudare, di avere batticuore, oppure di rimanere in silenzio senza riuscire a parlare con gli altri, senza avere la “battuta pronta”. Il DSM V parla di disturbo d’ansia sociale per descrivere paura o ansia persistenti ed eccessive, che l’individuo può provare in situazioni in cui è esposto al possibile esame degli altri, come, ad esempio, essere osservati mentre si mangia o si beve, fare un discorso in pubblico.

Leggendo tali caratteristiche, molto probabilmente, chiunque di voi si starà autodiagnosticando tale disturbo. Tuttavia, è importante essere a conoscenza del fatto che si parla di disturbo nel momento in cui la paura, l’ansia, o l’evitamento delle situazioni sociali temute, sono persistenti e durano 6 mesi o più, causando disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.

Risultati immagini per fobia socialeProvare imbarazzo, arrossire o avere paura del giudizio dell’altro, infatti, non sono necessariamente indicatori di una patologia. Sarà successo a chiunque di avere paura di esporsi di fronte a persone sconosciute, di essere agitato all’idea di dover tenere un discorso in presenza di tante persone o di vergognarsi a mangiare davanti a qualcun altro. Non per questo motivo, può essere diagnosticato un disturbo, in modo superficiale e non professionale. È fondamentale, infatti, non confondere una difficoltà clinicamente rilevante, da un normale aspetto caratteriale, quale la timidezza.

Un’eccessiva timidezza può essere indicatore dell’assenza di fiducia in se stessi, del desiderio di piacere e della paura di non riuscirci. A tal proposito, nel 1997, lo psicologo Bandura afferma: “La fiducia in se stessi non assicura il successo, ma la mancanza di fiducia origina sicuramente il fallimento.” Tuttavia, è normale che si possa provare timidezza in certe situazioni, senza necessariamente essere patologici o insicuri di sé. Anzi, la paura di non riuscire, di non essere compresi per ciò che siamo e quanto valiamo, può risultare positiva nel momento in cui è indice di una personalità che, pur credendo in sé, nelle sue capacità, non ostenta tale autostima.

Inoltre, può rappresentare una fonte motivazionale nel voler far vedere agli altri chi sei e quanto vali. A quegli altri così importanti, così necessari, così temuti. A quegli altri con cui non puoi non entrare in relazione, ma puoi decidere in che modo caratterizzarla, e quali benefici trarne.

A tal proposito, Leo Buscaglia scrive: “Tu sei al centro di tutte le tue relazioni, quindi sei responsabile della stima di te stesso, crescita, felicità e realizzazione. Non aspettarti che l’altro ti regali queste cose. Devi vivere come se fossi solo e gli altri fossero doni che ti vengono offerti per aiutarti ad arricchire la tua vita.”.

Riferimenti Bibliografici:

  •  American Psychiatric Association (2001). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-IV-R. Milano: Raffaello Cortina
  • American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-V. Milano: Raffaello Cortina.
  • Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. New York: Freeman.
  • Buscaglia, L.(1996). Vivere, amare, capirsi. Milano: Oscar Mondadori.
  • Gazzillo, F. (2016). Fidarsi dei pazienti. Milano: Raffaello Cortina.

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