Il conflitto sano e patologico: quando la possibilità di incontro diventa scontro violento

La Dott.ssa Giorgia Abate ci propone un’altra interessante pubblicazione sulle dinamiche della vita di tutti i giorni. In questo articolo infatti, si parla del conflitto e di tutto ciò che da esso può scaturire analizzando le reazioni, gli effetti e le cause.  Tempo medio di lettura: circa 7 minuti.

“Lasciate pure che volino i piatti,

ma non andate a dormire senza aver fatto pace”.

(Papa Francesco)

 

Ognuno di noi ha il proprio vissuto di conflitto, la propria concezione. Per qualcuno il conflitto può essere qualcosa di irreparabile, uno strappo irricucibile, una rottura definitiva di una relazione; per qualcun altro può essere violenza, insulti, botte; per altri ancora può essere un semplice scambio di idee che, anzi, qualcosa che rafforza il rapporto con l’interlocutore, arricchendolo.

Ciò che è certo, però, è che il conflitto è necessario, in quanto inevitabile, ed è inevitabile, in quanto necessario.

Esso potrebbe essere definito come qualunque interazione che comporta una diversità di opinione. Da tale affermazione è facile evincere come lo scontro non sia una modalità anomala di comunicazione, bensì un tipo di interazione frequente, comune, quotidiana.

Ci scontriamo con il nostro datore di lavoro, con un nostro fratello, un nostro amico. Ci scontriamo con il partner, con il papà che non ci capisce, la mamma che pensa che siamo eterni bambini a cui dare raccomandazioni. Ci scontriamo, ci incontriamo, o forse ci perdiamo. Dipende dalle modalità con cui tutto questo avviene.

Esistono, infatti, due tipi di conflitto: il conflitto costruttivo e il conflitto distruttivo. La prima tipologia si caratterizza per un’emotività positiva e per il raggiungimento di un compromesso. La minaccia, gli insulti, l’ostilità verbale e non verbale, la tendenza a difendersi e l’angoscia derivante sono, invece, parametri che qualificano il conflitto distruttivo.

Tuttavia, cosa succede quando non siamo noi a confliggere, quando non siamo noi i protagonisti\antagonisti, ma è un figlio che assiste a porte chiuse in faccia, insulti, grida, o perfino al silenzio congelante?

Risultati immagini per conflittoDiversi studi, tra cui quello di Cummings (2013), hanno messo in evidenza gli effetti del conflitto coniugale sulla salute del bambino, sottolineando come quest’ultimo sia un sensibile osservatore delle dinamiche tra adulti, in particolare tra persone emotivamente significative, quali i genitori. È emerso come l’esposizione al conflitto costruttivo ha effetti positivi sui sistemi di regolazione e permette ai bambini di imparare a gestire meglio i loro stessi conflitti con i pari e in altre relazioni. Viceversa, l’esposizione all’aggressione verbale innesca nei bambini veri e propri stati d’angoscia. Inoltre, è stata dimostrata un’associazione tra esposizione al conflitto distruttivo e l’aumento dell’aggressività dei bambini.

Il conflitto distruttivo può manifestarsi in diverse modalità. Se la più banale e scontata potrebbe essere quella caratterizzata da insulti e denigrazioni, la ricerca mostra come quella che i figli vivono come maggiormente angosciante sia quella caratterizzata dal silenzio, da un’ostilità non verbale, non espressa, che crea un’atmosfera angosciante, quasi paralizzante. Tale modalità è caratteristica del conflitto congelato. Esso consiste in una sorta di campo minato. La consapevolezza che c’è una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere, e il vivere con l’angoscia che questo possa accadere da un momento all’altro.

Uno studio di Cox, Paley e Payne (1997) ha osservato come la ritrosia coniugale abbia una capacità previsionale di esiti negativi nel bambino, maggiore di quella che ha il conflitto coniugale di per sé. Gli effetti, quindi, del conflitto coniugale sulla salute del bambino sono pervasivi, profondi, e in molti casi irreversibili.

Tuttavia, se il conflitto assistito è oggi una tematica sociale che richiede prevenzione, informazione ed assistenza, un altro tema che vede il conflitto protagonista è quello in cui una parola di troppo si trasforma in uno schiaffo, quello in cui si diventa così sordi, frastornati dalle proprie ragioni, storditi dalle urla, a tal punto da perdere qualsiasi tipo di inibizione.

Le donne vittime di violenza, nel 2017, sono in media una ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia (www.ansa.it).  Ma questi non sono numeri. Queste sono vite. Sono persone che hanno chiamato amore qualcosa che non lo era. Sono donne che hanno creduto nella rosa dopo lo schiaffo, nello scusa dopo l’insulto. Sono mogli che sono state punite per essersi volute sentire belle per una sera. Sono madri che pur di proteggere il loro bambino sono state zitte di fronte ad una minaccia, ad una spinta per terra, ad un urlo a pochi centimetri dal viso.

Quello che è fondamentale comprendere è il motivo per cui, spesso, l’accaduto non viene immediatamente denunciato. Perché si aspetta che riaccada una terza, quarta, decima volta. Perché se la vittima è in grado di accusare il partner, non lo abbandona? Perché è spesso così difficile per parenti, amici e operatori indurla a lasciare una condizione psicologicamente devastante e pericolosa?

A tale interrogativo hanno cercato di rispondere le teorie sul masochismo femminile, già a partire dagli anni Sessanta. Tuttavia, oggi sappiamo che dietro tale atto che, superficialmente, potremmo definire puro masochismo, ci sono sensi di colpa delle vittime, distorsioni nell’autopercezione.

Risultati immagini per conflittoInoltre, quando si tenta di trovare la causa oggettiva della violenza, sospendendo il giudizio morale, si giunge a distinguere tra violenze lecite e illecite. Pertanto, quando nel corso di una relazione non violenta, la donna si trova violentemente sopraffatta dall’uomo, chi discrimina violenze lecite da violenze illecite, anziché condannare la violenza fisica a priori in assoluto, localizza la causa dell’aggressione innanzitutto nel comportamento della donna. Sono abbastanza comuni le frasi “vabbè ma aveva la gonna troppo corta”, “vabbè ma l’ha provocato”, “vabbè ma guarda come si era conciata”. “Vabbè”, come se tutto questo potesse mai essere una giustificazione, come se ci potesse mai essere una giustificazione a tutto questo.

Questo porta la donna stessa a sentire di dover dimostrare che la violenza che riceve è illecita e, paradossalmente, a chiedersi quali sono le motivazioni psicologiche dell’aggressore. Questo implica che l’atto violento non diventa più scontatamente errato, ma sottoposto a giudizio, e quindi potenzialmente anche in grado di essere assolto.

Un’altra motivazione che spiega il rimandare la rottura di una relazione violenta è la speranza di un rapporto correttivo. La donna spera che quell’uomo possa cambiare e la separazione, invece, lascerebbe inalterata la forma del rapporto.

Ciò che si crea è un circuito di dipendenza dall’aggressore. È l’aggressore stesso che, dopo la violenza, si mostra calmo o addirittura contrito, rispondendo all’esigenza di correggere il rapporto. Questo mutamento di atteggiamento del partner fa sparire il ruolo della vittima. Più la donna reagisce alla violenza esprimendo l’intenzione di separarsi, più l’aggressore si mostra da lei dipendente. In questo caso, la vittima non solo supera il senso di umiliazione e di colpa, ma si trova nei confronti del partner in un rapporto ribaltato: ora è l’aggressore ad essere colpevolizzato, ed è egli stesso che dichiara di riconoscersi dipendente dalla donna e chiede a lei perdono.

Quasi sempre, almeno nei primi episodi di violenza, la donna interpreta come segni di pentimento comportamenti del partner quali dimostrazioni di disperazione di fronte alla minaccia di separazione. Questa tendenza a illudersi della vittima si spiega con il suo estremo bisogno di non sentirsi più abusata e facente parte di una relazione disfunzionale. La convinzione per cui la violenza è l’esito di problemi psicologici dell’aggressore, poi, fa assumere alla vittima, accanto al ruolo di perdonatrice, anche quello di salvatrice.

Questo spiega perché la donna finisce per assecondare un ciclo, descritto da Walker (1979), caratterizzato da tre fasi:

  1. Il crescere della tensione. L’aggressore minaccia la donna. Il comportamento della vittima è condizionato dalla minaccia di violenza ed è volto ad assecondare l’aggressore, evitando di contraddirlo. Quando ella riesce, per un po’, a ridurre l’ira del partner, si illude di poter tenere sotto controllo il comportamento.
  2. Episodio di violenza acuta
  3. Contrizione amorosa che segue la violenza. Costituisce il rinforzo positivo, che induce la donna a restare all’interno della relazione violenta, nella speranza che possa cambiare. Questa contrizione rappresenta una risposta al bisogno di riabilitazione della vittima, al suo bisogno di non sentirsi più vittima.

Così come il tossicodipendente si espone al contatto con la sostanza per dimostrare a se stesso di riuscire a controllarla, negando la propria debolezza, così la vittima ritorna presso l’aggressore credendo di poter controllare la relazione.

Risulta, pertanto, di fondamentale importanza sensibilizzare la società sull’esistenza di tale circuito. È necessario comprendere la difficoltà di uscire da una dinamica che si autoalimenta, in cui ci si sente risucchiati, senza vie di fuga ed aiutare le vittime a distinguere tra relazioni sane e patologiche. “E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai”, scrive Ermal Meta nel testo della canzone “Vietato morire”.

Il conflitto è inevitabile in quanto necessario, ma è necessario evitare modalità di conflitto che non favoriscono la costruzione di significati, bensì distruggono. Distruggono la relazione, l’identità e la vita delle persone coinvolte. Distruggono la speranza dei bambini di poter litigare e poi fare pace. Distruggono il volto di una donna. Distruggono l’idea che possano esistere rapporti basati sull’amore, la stima e il rispetto, in cui si litiga, ma non si finisce mai la giornata senza essersi chiariti.

 

Riferimenti Bibliografici:

  • Cummings, E. M., Davies, P.T. (2013). Il conflitto coniugale e i figli. Roma: Borla.
  • Andolfi, M. (1999). La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale. Milano: Raffaello Cortina.

Riferimenti Bibliografici:

  • http://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/editoriali/2016/11/24/giornata-mondiale-2016-contro-la-violenza-sulle-donne_f012b86f-eceb-44d6-964d-ee030b123360.html

 

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