Disinnescare la spirale dello Stress con la Mindfulness

La Dott.ssa Assunta Aquino ci parla di una condizione vissuta da tutte le persone, lo stress e di Mindfulness come metodo per ridurre e gestire questo fenomeno. Tempo medio di lettura: circa 7 minuti

La qualità di vita dell’uomo moderno occidentale e la sua salute psicofisica sono costantemente minacciate da un nemico apparentemente innocuo: lo stress.

Di derivazione ingegneristica, il termine denota la forza che, agendo su un organismo, ne modifica le caratteristiche. Il concetto di stress entra nel novero della ricerca scientifica grazie agli studi del neuroendocrinologo Hans Selye (1955) che lo definisce come “una risposta (generale) aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente”.

Negli ultimi decenni il fenomeno è stato ridefinito distinguendo lo “stressor” o “agente stressante” dalla “risposta da stress”. Per stressor si intende uno stimolo che minaccia l’omeostasi, mentre per risposta da stress la reazione del corpo mirata a ristabilire tale omeostasi (Chrousos, 2009).

Risultati immagini per stressIl termine omeostasi è stato in origine coniato da Cannon (1932), grazie al quale lo stress divenne oggetto di studio soprattutto dal punto di vista fisiologico: lo studioso introdusse il concetto per indicare le manifestazioni fisiologiche causate dalla percezione di situazioni avverse, definendole “reazioni di allarme”. Cannon definì l’omeostasi come un processo di regolazione dell’ambiente interno in risposta a stimoli esterni, al fine di garantire un ottimale funzionamento dell’organismo. La risposta allo stress sarebbe dunque utile a breve termine per far fronte agli stimoli avversi, ma potrebbe risultare deleteria a lungo termine.

Selye identificò la “reazione da stress” come una sorta di processo nel quale si succedono tre fasi: fase di allarme, resistenza o adattamento ed esaurimento, e chiamò l’intera sequenza “Sindrome Generale di Adattamento” (G.A.S.). La risposta da stress avrebbe inizialmente una natura adattiva; solo dopo una prolungata esposizione agli stressor, l’adattamento potrebbe fallire e l’organismo si troverebbe a vivere una fase di esaurimento con conseguenze avverse.

La fase di allarme si caratterizza per la presenza di uno stressor, che determina una serie di cambiamenti a livello fisiologico quali: dilatazione delle pupille, incremento della frequenza cardiaca e della tensione muscolare, mobilitazione dell’organismo a livello generale. Nella fase di resistenza, di durata maggiore, l’organismo cerca di adattarsi alla situazione, e gli indici fisiologici si normalizzano. Se anche quest’ultima fase non è in grado di neutralizzare lo stressor, i meccanismi omeostatici, sopraffatti dall’accumulo degli agenti stressanti, vanno incontro ad esaurimento; le difese crollano e l’organismo diviene incapace di resistere ulteriormente.

Ma cosa definisce l’importanza o meno di uno stimolo per un individuo?

Nel definire lo stressor sono fondamentali i concetti di controllabilità e prevedibilità. Weiss (1972) attraverso una serie di studi, concluse che non è la natura fisica dello stimolo avverso ad indurre la patologia, quanto piuttosto il grado in cui lo stimolo può essere previsto e controllato. Lo stressor può essere definito anche in base ad una dimensione quantitativa: l’intensità.

Controllabilità, prevedibilità e intensità dell’evento stressante interagiscono tra loro e determinano l’entità dell’agente stressante. La percezione soggettiva e la successiva elaborazione dell’informazione da parte del sistema nervoso centrale determineranno la severità dello stressor e le sue potenziali conseguenze patologiche.

Sebbene oggi abbia assunto una connotazione negativa, bisogna sottolineare che di per sé lo stress è una risposta fisiologica normale: qualsiasi evento della nostra vita è caratterizzato da un certo dispendio di energia da stress. Ciò che contraddistingue lo stress positivo (eustress) da quello negativo (distress) è la capacità di investire l’energia da stress in maniera proficua, ottenendo ciò che si desidera mediante la quantità di energia utile.

La capacità di fronteggiare in maniera funzionale qualsiasi stimolo stressogeno, ovvero la possibilità di mettere in atto strategie di coping adattive, è in gran parte responsabile della capacità dell’organismo di adattarsi a qualsiasi situazione e di recuperare l’equilibrio omeostatico perso.

Lazarus (1966) definisce il coping come l’insieme degli sforzi cognitivi e comportamentali che l’organismo mette in atto per affrontare le richieste che eccedono le risorse della persona. Grazie al lavoro di Lazarus e Folkman (1984), che considerano la persona come agente attivo delle proprie scelte, si vengono a delineare tre strategie di fronteggiamento:

  • coping centrato sul compito (task coping): tendenza ad affrontare il problema direttamente, fronteggiando la crisi;
  • coping centrato sulle emozioni (emotion coping): tendenza a controllare o a cedere alle proprie emozioni;
  • coping centrato sull’evitamento (avoidance coping): tentativo di evitare la minaccia.

A questo punto emerge, a seconda dello “stile di coping” adottato dall’individuo, l’importanza della percezione soggettiva dello stress e della propria capacità di fronteggiarlo. Si è consolidata, cioè, l’idea che la risposta di stress sia fortemente dipendente dalla valutazione che l’individuo attua dell’evento e delle proprie capacità.

Negli ultimi decenni si parla tanto del legame tra stress e “malattie psicosomatiche”, quelle condizioni patologiche che si situano a cavallo tra mente e corpo la cui sintomatologia si manifesta a livello organico ma con una causa rintracciabile a livello psicologico. Lo stress acuto o cronico sembra essere il miglior precursore dello sviluppo di sintomatologie psicofisiche che predispongono all’insorgenza di malattie gastroenteriche e cardiovascolari, tra le più comuni. Altri sistemi interessati sono quelli: muscoloscheletrico, nervoso, immunitario e neuroendocrino. In termini di plasticità neuronale, diversi studi hanno mostrato che lo stress e gli ormoni legati ad esso (glucocorticoidi e mineralcorticoidi) svolgono un ruolo chiave nel rimodellamento delle connessioni neuronali nell’ippocampo, nella corteccia prefrontale e nell’amigdala (McEwen e al, 2011).

Considerata la vastità e complessità del fenomeno, si pone la necessità di un intervento multidimensionale. Rintracciare le cause dello stress e porre una diagnosi non è mai semplice e le conseguenze di un’esposizione ad uno o più agenti stressanti, come abbiamo visto, sono tra le più disparate. Nel trattamento si mira all’educazione del paziente e si ricorre, a seconda dei casi, alla farmacoterapia e alla psicoterapia. Considerata l’importanza che i pensieri automatici rivestono nei disturbi stress-correlati, può risultare utile prendere consapevolezza della loro esistenza e apprendere delle strategie per gestire in maniera efficace le situazioni stressanti. Una pratica ampiamente utilizzata negli ultimi decenni, utile a sviluppare consapevolezza di sé, si ispira alla Mindfulness, definita come la capacità di prestare attenzione, con intenzione, al momento presente, in modo non giudicante (Kabat-Zinn, 1990). L’obiettivo della Mindfulness, in altre parole, è quello di essere presenti nel “qui ed ora” e di accogliere emozioni e pensieri, a prescindere dalla loro natura.

Risultati immagini per mindfulness stressNel corso delle sedute di meditazione si chiede ai partecipanti di indirizzare l’attenzione sul presente utilizzando come “ancora” la concentrazione sul respiro o su aspetti della realtà circostante ogni volta che si viene allontanati da un flusso di pensieri o di preoccupazioni che riducono la consapevolezza.

A partire dagli anni ’80 la ricerca scientifica ha dimostrato l’efficacia dei protocolli di intervento basati sulla Mindfulness nella riduzione dello stress. In particolare essi sembrerebbero ridurre disturbi dell’umore, pensieri e comportamenti negativi e di rimuginazione, incrementare le emozioni positive e di soddisfazione della propria vita, il benessere e la fiducia nelle proprie risorse (Segal et. al, 2002).

A prescindere dal tipo di intervento, sembra dunque importante che il professionista della salute promuova la riflessione sugli aspetti stressanti ai quali il soggetto non è riuscito a dare una risposta soddisfacente, aiutandolo a riconoscere l’origine delle sensazioni di disagio che possono alimentare, con il tempo, una vera e propria sofferenza emotiva e rafforzando la fiducia nelle sue strategie di fronteggiamento delle situazioni stressanti.

 

Riferimenti:

  • Cannon, W. B. (1932). The wisdom of the body. New York: Norton & Co.
  • Chrousos, G. P. (2009). Stress and disorders of the stress system. Nat Rev Endocrinol. 5(7), 374-381.
  • Compare, A. e Grossi, E. (a cura di). (2012). Stress e disturbi da somatizzazione. Milano: Springer-Verlag.
  • Kabat-Zinn, J. (1990). Full catastrophe living. Delta trade paperbacks.
  • McEwen, B. S. e Gianaros, P. J. (2011). Stress and allostasis-induced brain plasticity. Annu Rev Med. 62, 431-445.
  • Segal, Z. V., Williams, J. M., e Teasdale J. D. (2002). Mindfulness-based cognitive therapy for depression: a new approach to preventing relapse. New York: New York Guilford Press.
  • Selye, H. (1955). Stress and disease. Science. 122(3171), 625-631.
  • Weiss, J. M. (1972). Psychological factors in stress and disease. Scientific American. 226(6), 104-113.

 

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