La (s)coperta dell’Alcool

La Dott.ssa Cristina Clotilde Mortara, alla sua prima pubblicazione per HR Social Magazine, ci parla di un argomento quantomai attuale e ultimamente sempre più presente tra i giovanissimi: l’uso e abuso di Alcool.  Tempo medio di lettura: circa 8 minuti

Quante volte ci hanno detto “bevi che ti passa”? Quante volte abbiamo bevuto una birra o un bicchiere di vino per rilassarci?

Effettivamente l’alcol crea effetti psicofisici che modificano il nostro comportamento; in genere chi ne fa un uso moderato beve alcolici per accompagnare cibi o in occasioni sociali.

Ma alcune persone scoprono che con il tempo l’alcol può assumere per loro un significato più profondo. Può agire per esempio come una comoda e calda coperta che mette a tacere e oscura emozioni e preoccupazioni. A volte le situazioni di vita sono così complesse e implicite che mettendo la coperta dell’alcol sembrano essere meno visibili e più vivibili. Quando bere per coprire diventa un’abitudine insorge la dipendenza dall’alcol.

Risultati immagini per alcoolNel senso comune l’alcoldipendenza è spesso vista come un vizio in cui alcune persone (fragili) cadono, una scelta di vita molto discutibile, con un pizzico di implicita colpevolizzazione. Si pensa alle persone dipendenti come persone deboli, incapaci di quella forza di volontà necessaria per uscirne. E come spesso accade categorizzando, si associano le persone con dipendenza ad individui ai margini della società.

In realtà chi ha modo di avvicinarsi a questa problematica si accorge presto che la dipendenza da alcol non è questione di volontà, non si tratta di un vizio. Essere dipendenti dall’alcol significa sentire la necessità di bere, a volte addirittura non c’è neanche il piacere ma solo il bisogno, fino ad arrivare a dover assumere l’alcol anche se non lo si vuole (bere in modo automatico). In questi casi è il corpo che richiede la sostanza, si tratta di dipendenza fisica.

Un altro tipo di dipendenza è quella psicologica, ovvero bere per ottenere determinati effetti psicologici, per esempio bere per allentare la tensione, per rilassarsi, per divertirsi, per addormentarsi.

Le persone con problemi alcol-correlati sono portatrici di storie molto diverse, poiché come normalmente accade ogni patologia si presenta differentemente a seconda della persona che se ne fa carico. Chi soffre di un disturbo può essere considerato una persona che ha il coraggio di dare voce a ciò che la tormenta. Per cui un alcolista che si rivolge ai servizi e inizia un periodo di astinenza non è necessariamente una persona fragile, ma può avere molta più forza di quanto ci immaginiamo. Questo è il primo passo di un lungo cammino.

Una domanda che sorge spontanea è: come si esce dall’alcoldipendenza? C’è speranza? Nonostante l’alcoldipendenza sia considerata un disturbo cronico, evidenze scientifiche (Rosenberg, 1993; Sobell and Sobell, 1995; Dawson et al., 2005) e pratica clinica sostengono che una soluzione efficace e duratura sia la totale astinenza dall’alcol per sempre, anche se recentemente alcuni studi stanno rivalutando l’efficacia di interventi che si pongono l’obiettivo di un uso moderato (Heather et al, 2010).

È inevitabile che la soluzione di totale e permanente astinenza possa spaventare i pazienti o creare dubbi sull’appropriatezza di una soluzione di questo tipo. Per chi non è dipendente l’“alcol zero” per sempre sembra una soluzione molto drastica e magari esagerata.

In realtà ciò che accade in chi ha sofferto di dipendenza è che il corpo e la mente perdono il senso della misura, un bicchiere non è più solo un bicchiere, si tratta di un meccanismo che in genere rende impraticabile l’obiettivo di “bere socialmente”, cioè in modo moderato e nelle occasioni sociali.

Sono tante le vie che si possono percorrere per arrivare alla soluzione “alcol zero”. Risulta importante che la persona si rivolga ai servizi, in particolare al Ser.T (Servizio per le Tossicodipendenze), dove possa essere presa in carico da un’équipe multidisciplinare che tenga conto delle diverse componenti coinvolte in questo disturbo (salute fisica, aspetti psicologici, situazione sociale). Solitamente prima di poter lavorare sulle cause che hanno portato la dipendenza è raccomandabile smettere di bere, perché l’alcol è appunto una coperta, un velo che oscura la realtà, e solo quando la persona è lucida può vedere le cose più vividamente.

Per cui inizialmente possono essere consigliate delle pratiche comportamentali utili a evitare l’uso di alcol (per esempio non tenere alcol in casa, essere accompagnati quando si fa la spesa, non frequentare i bar dove prima si beveva o le persone con cui si beveva).

Solo successivamente, tolta la coperta, è possibile ricercare le cause e fare ordine.

È importante che in questo percorso la persona con problemi alcol-correlati sia accompagnata da un familiare o da una persona che sia un punto di riferimento e di sostegno. Superare l’alcoldipendenza da soli è in genere esponenzialmente più difficile. È questo il proposito principale dei gruppi di auto-mutuo aiuto: gruppi di persone che hanno o hanno avuto lo stesso problema si incontrano settimanalmente per parlarne e darsi sostegno.

Per la dipendenza da alcol sono due le associazioni principali di questi gruppi: l’Associazione dei Club degli Alcolisti in Trattamento (A.C.A.T.) e gli Alcolisti Anonimi (A.A.). I due gruppi hanno caratteristiche differenti: la prima offre un sostegno creando un’alleanza anche di tipo amicale tra i componenti del gruppo (che sono punti di riferimento anche al di fuori degli incontri, ad esempio nei momenti critici) e si rivolge sia ai bevitori che ai familiari; gli Alcolisti Anonimi invece si fondano sul principio dell’anonimato, i membri del gruppo sono obbligati a mantenere la riservatezza sull’identità di chi va alle riunioni. Entrambi sono gestiti da ex-alcolisti che scelgono di mettere la loro esperienza a disposizione dei nuovi arrivati.

Risultati immagini per gruppo alcolisti anonimiL’esistenza dei gruppi è quindi molto importante, in quanto la partecipazione a questi è parte integrante del trattamento terapeutico. Anche a lungo termine, quando la persona ha smesso di bere, i gruppi sono considerati una garanzia di proseguimento del percorso e di prevenzione delle ricadute.

Le ricadute sono normali incidenti di percorso; se il bevitore richiede l’intervento dei servizi il prima possibile, anche uno “scivolone” può essere occasione per imparare qualcosa e diventare quindi sempre più consapevoli e forti di fronte alla tentazione dell’alcol.

Infatti la contrapposizione forza-debolezza sembra cruciale nella dipendenza (Cancrini, 2003). Frequentemente quando le persone bevono si sentono particolarmente forti, quasi onnipotenti di fronte ai problemi; ma quando l’effetto dell’alcol svanisce arriva il crollo, e i problemi si presentano amplificati insieme ad un grande senso di impotenza. In quella prospettiva l’unica cosa che rimane da fare è riprendere a bere per non sentire le emozioni del fallimento.

Secondo questo punto di vista l’alcol può essere usato come evasione da una realtà problematica, un’opportunità di benessere, anche se a lungo andare illusoria. Togliere questa possibilità necessita di un’alternativa, meno distruttiva. La dipendenza è spesso la soluzione per riempire dei vuoti, che però sono intrinseci alla natura umana. I buchi aiutano a sentire la necessità di ciò che è davvero utile e appagante.

Si potrebbe dire che non esista assenza totale di dipendenza, in un certo modo siamo tutti dipendenti da qualcosa o da qualcuno, ma la maggior parte delle “dipendenze” non offuscano la nostra identità e volontà. Togliere la (s)coperta dell’alcol può quindi aprire a opportunità di “dipendenze” più funzionali e personali, utili a colmare i vuoti rimanendo consapevoli e padroni della propria vita.

 

Riferimenti bibliografici

  • Cancrini, L. (2003). Schiavo delle mie brame. Storie di dipendenza da droghe, gioco d’azzardo, ossessioni di potere. Frassinelli Edizioni, Milano.
  • Dawson D., Grant B., Stinson F. et al. (2005). Recovery from DSM-IV alcohol dependence: United States, 2001–2002. Addiction 100: 281–92.
  • Heather, N., Adamson, S. J., Raistrick, D., & Slegg, G. P. (2010). Initial preference for drinking goal in the treatment of alcohol problems: I. Baseline differences between abstinence and non-abstinence groups. Alcohol and alcoholism, 45(2), 128-135.
  • Rosenberg, H. (1993). Prediction of controlled drinking by alcoholics and problem drinkers. Psychol Bull 113:129–39.
  • Sobell MB., Sobell LC. (1995). Controlled drinking after 25 years: how important was the great debate? Addiction 90: 1149–53.

 

Per conoscere meglio Cristina Clotilde Mortara , visita la sua Pagina Autore

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6 pensieri riguardo “La (s)coperta dell’Alcool

  • luglio 8, 2017 in 12:13 pm
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    complimenti dottoressa Mortara, articolo profondo e ben sviluppato!

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  • giugno 13, 2017 in 11:09 am
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    Splendida dott clotilde …ho letto tutto affascinata e onorata di conoscerti personalmente anche se è passato un po ‘ di tempo …..interessante l articolo attuale ..contando che l età in cui si ci avvicina all lacol purtroppo è sempre più bassa …..ti chiedo ma quando una persona si deve ritenere dipendente …?? Quali i sintomi riconoscibili …?? .soprattutto negli adolescenti …che come sai vanno sempre oltre senza paura ..pieni di quell incoscenza che col tempo fortunatamente un po ‘ scema trasformandosi piano piano purtroppo ( o fortunatamente ) spesso in paure .in età più adulta. ..ti saluto cara dott Mortara ..

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    • giugno 26, 2017 in 9:39 am
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      Ciao Luisa! Innanzitutto grazie per il commento, non solo per l’apprezzamento ma anche per gli spunti di riflessione 🙂 riguardo la tua domanda, non credo ci sia una risposta univoca. In generale una persona è dipendente quando non può fare a meno di bere, quando bere alcol diventa un bisogno, una necessità più che un vero piacere. Questo è il sintomo più evidente, ce ne possono anche essere altri meno espliciti, per esempio chi usa l’alcol per dormire o per divertirsi perché senza non riuscirebbe. Contrariamente a ciò che si pensa di solito, non è sempre la quantità del bere a determinare se si tratta di dipendenza o meno, ma le motivazioni che stanno sotto.
      Negli adolescenti la questione diventa ancora più ostica perché questa fase di vita è per definizione un periodo di esplorazione, dove i giovanissimi sono portati a provare esperienze a volte anche rischiose e a mettersi alla prova nel percorso di ricerca della propria identità. Penso che nel normale percorso di maturazione molti si accorgono degli effetti dell’alcol e facendo un bilancio tra cosa prende e cosa dà si indirizzano verso una scelta consapevole. Ovviamente è augurabile che abbiano accanto genitori e figure adulte di riferimento che li assistano nel difficile percorso di crescita 🙂

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  • giugno 12, 2017 in 9:02 pm
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    L’articolo è ben scritto e offre vari spunti di riflessione, ma non avevo dubbi in proposito 🙂
    Penso che, come anche in tante altre patologie, sia davvero fondamentale il supporto sociale, la cui assenza è spesso uno dei fattori primari di sviluppo di tante problematiche.

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  • giugno 12, 2017 in 7:40 pm
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    La dottoressa Mortara espone un argomento molto complesso in modo estremamente fruibile anche dai “non addetti ai lavori”. Dimostra grande padronanza dell’argomento e la capacità sia di offrire importanti spunti di riflessione sul tema, sia di fornire possibili soluzioni e riscontri pratici. Davvero un ottimo esordio

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