“Un giorno questo dolore ti sarà utile”

La Dott.ssa Giorgia Abate ci parla del concetto di resilienza per affrontare le difficoltà che ogni giorno fanno parte della nostra vita. Tempo medio di lettura: circa 4 minuti.

“La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa anche in circostanze apparentemente disperate è stupefacente e meriterebbe uno studio più approfondito”

Primo Levi in “Se questo è un uomo”.

Qualsiasi essere umano presente su questo pianeta è destinato a provare dolore, a vivere esperienze difficili, a sentirsi sopraffatto. Che sia ricco o povero, etero o omosessuale, bianco o nero, bambino o uomo, vivrà delle condizioni e situazioni di vita altamente sfavorevoli.

Questa è sicuramente una constatazione triste e dura da accettare. Tuttavia, sarebbe limitata se si concludesse qui.

Esiste infatti, una capacità stupefacente di resistere o, ancor di più, di trasformare un evento critico e destabilizzante in motore di ricerca personale. Se con il termine resistenza si fa riferimento alla capacità di affrontare le sfide, l’originalità del concetto di resilienza sta nella comparsa di potenzialità in chi sembra vedere le proprie capacità psichiche profondamente minacciate.

http://psicologiadellosport.docmind.org/wp-content/uploads/2015/11/barca-legno-1000x600.jpgPietro Trabucchi afferma: “Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra”. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo ‘resalio’, da cui potrebbe derivare il termine resilienza. Con esso si definisce infatti, un costrutto psicologico che modera i processi di stress e coping, riducendo gli esiti negativi e incrementando quelli positivi.  

Il soggetto resiliente è colui che risponde alle avversità, migliorando. È colui che non rifiuta di aprire gli occhi per paura di perdere la stima di se stesso, ma apre gli occhi, accetta la realtà, è consapevole delle sue ferite e, proprio per questo, diventa più forte. Il funzionamento resiliente non implica quindi, in alcun caso un evitamento o una negazione del rischio, ma, al contrario, è proprio l’esposizione al rischio che mette in atto i meccanismi di resilienza.

Tuttavia, è importante non dimenticare che siamo pur sempre uomini, non supereroi. Siamo fatti di emozioni, di sentimenti, di passioni. Siamo vulnerabili, a volte irrazionali, limitati. Per questo motivo essere resilienti non significa essere imbattibili o avere dei super poteri, non significa non poter crollare o essere sempre forti e pronti a tutto, non significa essere invincibili. La persona resiliente può essere ferita, anzi è, e rimane ferita. Tuttavia riconosce che la sua personalità non può esaurirsi, per questo trova la forza di rinascere dal suo dolore, come le fenici, uccelli mitologici noti per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Essere resilienti, pertanto, non significa essere invulnerabili, ma capaci di trasformare il dolore in un’esperienza di apprendimento e crescita.

Un elemento fondamentale che favorisce la resilienza è l’umorismo. Il filosofo Andrè Comte-Sponville crede che l’umorismo nasconda sempre un dolore celato, e rappresenti una risorsa esistenziale che rivela il lato positivo delle cose. Saper ridere infatti, è un’arte, non così banale come molti credono. È indice di un’intelligenza che, di fronte a una situazione spiacevole, ci libera, ci sblocca, ci crea sollievo.

Tuttavia, oltre all’umorismo, esistono altri tre elementi importanti su cui si fonda lo sviluppo di un funzionamento resiliente. Il primo tra questi è il sentimento di una base sicura interna, cioè il sentirsi riconosciuti e amati da chi amiamo. Il secondo è la stima di sé, che si fonda sul riconoscimento dei propri meriti e delle proprie competenze. Infine, importante è il sentimento di efficacia personale, termine con cui si intende la consapevolezza delle proprie abilità e dell’ambiente circostante.

http://4.bp.blogspot.com/-VQc7neMH5TM/UQfXg6ZbWUI/AAAAAAAAAKU/4Yqrr8lNFog/s1600/il%2Bcroco%2Bnella%2Bneve%2Bdi%2BAnna%2BCaliendo%25281%2529.jpgPurtroppo apparteniamo ad una cultura poco resiliente, una cultura che pone l’accento sulla sofferenza, sul dolore e non sul processo di ristabilimento. Il concetto di resilienza è poco conosciuto nonostante, forse, al momento vada di moda grazie a qualche vip sui social. Tuttavia, sarebbe funzionale l’instaurarsi di dinamiche e processi che rendano le persone profondamente consapevoli dei loro punti di forza, di un’energia interna che li può fare diventare capaci di vedere il bicchiere mezzo pieno, l’altro lato della medaglia, migliorandosi.

Non esiste un dolore meraviglioso, ma esiste una meravigliosa capacità di rinascere, ben diversa dalla limitata sopravvivenza.

A tal proposito, Peter Cameron scrisse: “A volte le brutte esperienze aiutano, servono a capire che cosa dobbiamo fare davvero. […]. Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai…godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono, un dono crudele, ma pur sempre un dono”.

 

 

Riferimenti Bibliografici:

  • Cameron, P. (2007). Un giorno questo dolore ti sarà utile. Milano: Adelphi.
  • Cyrulink, B., &  Malaguti, E. (2005). Costruire la resilienza. Milano: Erikson.

 

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Un pensiero riguardo ““Un giorno questo dolore ti sarà utile”

  • gennaio 23, 2018 in 2:26 pm
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    Gentile Dott.ssa Abate,
    trovo la tematica proposta parecchio stimolante e ricca di spunti per ulteriori riflessioni. In particolare il passaggio in cui si evince la volontà di rimuovere il dolore quale imperativo (dannoso) della società moderna. Propensione questa, a mio avviso, che affonda le proprie radici nella ricerca stereotipata di una vita perfetta, sviluppata in quasi due secoli di progresso senza battute di arresto.
    Ritengo che nasca proprio da qui l’incapacità di riconoscere il dolore quale opportunità di crescita per l’uomo moderno che tende ad emarginare, allontanare, schernire quanto si discosti dall’idea di perfezione che si è auto attribuito. Ha troppa paura che il dolore del compagno accanto rispecchi il proprio.
    Una malattia, la morte, la separazione dalla propria compagna o dei propri genitori, il senso di inadeguatezza sono macchie imperdonabili, incidenti che vanno rimossi o comunque difficilmente accettati. Intesi come frutto di una colpa, in una visione lineare, anziché cliclica, dell’esistenza umana.
    Eppure è questa stessa propensione ad escludere il dolore ad allontanare ogni uomo dalla sua naturale missione rivolta alla conoscenza.
    Per questo il dolore, quando si manifesta nella vita di un uomo, rappresenta un’opportunità; quella di aprire un varco aperto sulle voci che affollano la nostra mente e che per quanto represse, da successi momentanei, attimi di stordimento, riemergono sempre. Come un potentissimo silenziatore dell’effimero per far emergere ciò che più conta e che ci spaventa perché non è acquistabile, addomesticabile, perché non abbiamo riferimenti da poter utilizzare per affrontarlo e specialmente perché distante dalle convinzioni acquisite o meglio auto indotte. Senza dolore probabilmente non riusciremmo ad ascoltare quelle voci, non avremmo la possibilità di conoscerci, di mettere da parte il superfluo e sentire cosa davvero sentiamo. La domanda che mi pongo da tempo è sempre la stessa, sintetizzata da P.P.P. nell’espressione “quale la vera vittoria: quella che fa battere le meni o quella che fa battere i cuori”. Forse dovremmo fermarci a riflettere a quale costo il progressivo miglioramento delle condizioni materiali della qualità della vita abbia soffocato, pacchettizzato, la ricerca della verità e del valore di un’esistenza. “Un giorno questo dolore ti sarà utile” è parte, da oggi della mia risposta, che per quanto “dolorosa” voglio ottenere. Grazie per gli spunti di riflessione, ha tutta la mia stima, la prego di scrivere ancora.

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